giovedì 20 ottobre 2011

SPECIALE – The Alan Parsons Project (Parte 2)

Ben ritrovati alla seconda parte dello speciale sui The Alan Parsons Project. Prosegue la nostra panoramica della discografia del noto duo prog rock. Dopo aver parlato dei primi due grandi lavori, risalenti alla seconda metà degli anni ’70, veniamo ai dischi della consacrazione.
                               
Pyramid (1978)
Con questo lavoro, il Project inizia a delineare quello che diverrà lo stile dei loro album anni ’80. Il cambiamento “definitivo” (anche se meno marcato in realtà di quanto possa apparire) è tuttavia lontano. Come i dischi precedenti, anche Pyramid viene registrato a Abbey Road ed è tematicamente incentrato, appunto, sulla figura della grande piramide di Giza. In quel periodo infatti, s’era prodotto nel Regno Unito e negli Stati Uniti un certo interesse attorno all’Antico Egitto, più che altro come conseguenza dell’entusiasmo generale nei riguardi del cosiddetto “pyramid power” (teoria che afferma che la forma piramidale abbia poteri soprannaturali che influenzano cose e persone nei più svariati modi). Il tema dellAntico Egitto emerge nelle canzoni del disco anche se in modo meno marcato rispetto al passato. La durata dei brani si accorcia sensibilmente e anche il numero di variazioni all’interno degli stessi diminuisce. Nonostante questo, la varietà stilistica rimane inalterata dal momento che le tracce sono tra loro molto differenti. Dovendo citarne alcune sceglierei certamente la beatlesiana What goes up…, Cant’take it with you o la bella The shadow of a lonely man. A parer mio però i brani più interessanti sono senza dubbio gli strumentali: quando penso a Pyramid, penso a Voyager, Hyper-Gamma-Spaces e a Inthe lap of the gods (la mia preferita).
Eve (1979)
Nel 1979 esce il quarto full-length del duo inglese. Trovo nteressante la cadenza annuale con cui vengono pubblicati gli album: denota un’ispirazione artistica impressionante se contiamo la qualità e la diversità stilistica dei lavori. Quando, nel corso della prima parte dello Speciale, dissi che i The Alan Parsons Project erano in grado di utilizzare la formula concept nei modi più differenti, mi riferii a questo disco. Eve non si rifà a libri, racconti o temi esotici/esoterici ma alla vita quotidiana. I testi sono infatti basati sulla figura della donna e su come gli uomini si rapportano con essa. Musicalmente il disco è davvero valido, forse, in alcuni punti, più di Pyramid. Nuovamente di breve durata, mi pare di cogliervi un ritorno all’impostazione dei primi due album (benchè naturalmente le atmosfere siano completamente differenti). Tuttavia, lo stesso Pyramid echeggia in qualche modo non meglio definibile durante l’ascolto. Per la prima (e unica volta) sono presenti voci femminili su due brani: quelle di Clare Torry (la voce di The great gig in the sky dei Pink Floyd) e di Leslie Duncan (cantante britannica piuttosto nota nei ’70 e, purtroppo, deceduta di recente). Tra i pezzi migliori potrei citare le splendide I’d rather be a man, Winding me up e Damned if i do.
The Turn Of A Friendly Card  (1980)
Eccoci quindi giunti a quello che, personalmente, ritengo il capolavoro assoluto del duo Parsons/Woolfson. Il disco in questione è anche l’ultimo che mi sentirei di definire completamente “prog”: vedremo poi perché. Dietro alla magnifica cover (il riferimento alla cattedrale è poi ripreso nell’ultima, lunghissima, canzone) si celano delle vere perle musicali di inestimabile valore. Il tema, questa volta è il gioco d’azzardo, di come può trasformarsi in una dipendenza e di come può portare persone ragionevoli a perdere tutto. Musicalmente, il disco è progressive, rock e, se mi capite, Alan Parsons Project all’ennesima potenza. Tutto quanto fatto finora giunge a sublime coronamento in un disco che non ha punti morti o cali di tono pressochè mai. Con The Turn Of A Friendly Card, fa il suo debutto al microfono Eric Woolfson: il suo stile vocale è forse inizialmente da affinare, ma diverrà presto un trademark della seconda fase del Project. Difficile, soprattutto per il sottoscritto, isolare dei brani. Dovendo, mi sentirei di indicare May be a price to pay, Games people play e The gold bug. I lettori mi perdoneranno se dedico qualche riga al brano che per me meglio rappresenta i The Alan Parsons Project: la lunga suite che porta il nome dell’album. Inizialmente un pezzo unico (della durata di circa 16 minuti), è stato, nelle successive edizioni del disco, suddiviso nei suoi cinque “movimenti”. Inutile dire che esso raggiunge l’apice quando ascoltato d’un fiato. Il tema pianistico e malinconico dell’introduzione viene ripreso nel finale mentre, nel mezzo, si sviluppano tre “sotto-brani”: Snake eyes (pezzo rock che a parer mio riproduce benissimo l’atmosfera di una bisca), The ace of swords (strumentale introdotta da un meraviglioso clavicembalo) e Nothing left to lose (pezzo melodico cantato da uno strepitoso Woolfson cui segue quello che può, idealmente, rappresentare l’assolo dell’intera canzone). L’unione di tutto questo è LA canzone: The Turn Of A Friendly Card. Se amate la Musica, questo è un disco da avere assolutamente.
Gli altri album
Come avevo affermato in precedenza, fatico a definire “prog” i dischi successivi. In realtà lo stile del duo, data la sua unicità, è sempre ben riconoscibile: tutte le canzoni del Project, suonano come canzoni del Project, se capite cosa intendo dire. Il fatto è che i brani tendono a essere molto orecchiabili e tendenzialmente meno complessi e sperimentali rispetto al passato (oltre che di qualità inferiore). Mi sentirei di definirlo un rock con venature prog più che un prog rock vero e proprio. Naturalmente, a me per primo, queste etichette dicono poco: sta all’ascoltatore trovare una propria personale definizione. Mi esprimo in questo modo per poter comunicare, in modo semplicistico le mie impressioni. Non si cada però nel banale errore di sottovalutare tali album solo perché un po’ più “facili”. Pur non trattandoli approfonditamente, mi permetterò di citarli e di consigliare qualche brano ai gentili lettori.
Eye in the sky – il disco più celebre del Project. Da ascoltare: Sirius, Eye in the sky, Old and wise.
Ammonia Avenue – concept sull’inquinamento. Da ascoltare: Let me go home, Ammonia Avenue.
Vulture Culture – concept sul consumismo. Da ascoltare: Let’s talk about me, Separate Lives, Hawkeye, Vulture Culture.
Stereotomy – concept sulla celebrità e sui suoi effetti sulle persone. Da ascoltare: Beaujolais, Stereotomy.

Gaudi – concept incentrato sulla figura dell’omonimo architetto catalano. Da ascoltare: La Sagrada Familia.
Freudiana – Mi si permetta di citarlo e di spendervi due parole, nonostante non faccia parte della discografia ufficiale del Project. Trattasi di un album dalla varietà stilistica spaventosa. Mi sentirei di dare ragione a Woolfson: l’impostazione è senza dubbio quella di un musical. In svariati brani si può ancora sentire lo stile dei The Alan Parsons Project in tutto il suo passato splendore. Altri brani sono smaccatamente ispirati alle sonorità dei Beatles anche se, in generale, il lavoro è ricco di influenze (sia interne che esterne agli APP). Sicuramente interessante. Da ascoltare: The Nirvana principle, Freudiana, I am a mirror, Beyond the pleasure principle, There but for the grace of God.
Spectraeon_86

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