martedì 6 dicembre 2011

Dystopia - Iced Earth


Mettiamo da parte per un momento i territori prog di cui abbiamo parlato in precedenza e facciamo un passo indietro. Torniamo in ambito metal per un po’ e parliamo di una band piuttosto nota nell’ambiente. Parliamo degli Iced Earth. Sconosciuti a chi non abbia familiarità con la scena metal, diciamo, “classica”, ben noti invece agli amanti di certo (power?) metal dalle tinte oscure, dal riffing roccioso e senza compromessi. La band americana, guidata dall’incontestabile leader di sempre, il chitarrista Jon Schaffer, ha saputo, nel corso di una carriera ormai quasi trentennale, guadagnarsi una folta schiera di irriducibili aficionados. D’altra parte, gli Iced Earth non sono mai stati una band alla quale proprio non si può rimanere indifferenti. Benchè infatti la loro musica si sia, soprattutto con i primi dischi, tenuta su livelli medio/alti, essa fallisce nel mantenere alta l’attenzione di svariati ascoltatori per l’intera durata di un album. Personalmente, mi colloco nel mezzo. Posseggo e apprezzo diversi loro dischi, ma spesso fatico a godermeli nella loro interezza. Questo risulta essere un difetto spesso riscontrabile nelle band capitanate da un solo, insindacabile leader: lo spettro di sonorità sprigionabili dagli strumentisti si riduce per lasciare spazio alla visione del singolo mastermind. Se quest’ultimo dovesse mai finire le idee, sarebbe la fine di tutto. Se, però, la band è tanto nota un motivo ci sarà: parliamo quindi delle note positive. Innanzitutto potrei citare  l’ “unicità” del sound, caratterizzato dalle supersoniche ritmiche chitarristiche di Schaffer, che rende le canzoni del gruppo riconoscibili fra mille. La maggior parte dei dischi, inoltre, è interpretata dalla particolarissima voce di Matt Barlow: registro basso, timbro atipico, impostazione aggressiva. Diverso dal solito, perfetto per la band. In effetti, tra i mille cambi di line-up che gli Iced hanno subito nel corso degli anni, essi hanno potuto contare su due grandissimi singer: l’eterno escluso Tim “Ripper” Owens (bravissimo ma forse troppo “judaspriestiano”, se capite cosa intendo) e, appunto, il già citato Barlow. Storia travagliata, quella degli Iced Earth, che li ha, però, portati al successo con tre album, tutt’ora annoverati tra i “must” dell’ascoltatore metal: Burnt offerings, The dark saga e Something wicked this way comes. I dischi successivi hanno faticato assai a tenere il passo con tali gemme musicali, rimanendo nel cuore di alcuni fans, deludendone amaramente altri e passando del tutto inosservati al resto del mondo. Fino al 2011.
Da poco più di un mese è infatti comparso sugli scaffali Dystopia, ultima fatica del combo statunitense. I nostri paiono davvero intenzionati a farsi valere come ai vecchi tempi. Singer nuovo, vita nuova: dopo il secondo abbandono di Barlow, Jon Schaffer ingaggia il giovane canadese Stu Block, già cantante degli Into Eternity. Se in molti avevano storto il naso sentendo le linee vocali da lui interpretate per la sua band, tendenti ora al death metal, ora all’odiatissimo “metalcore”, cugino scomodo e nemico giurato del true metal (la risposta alla domanda è sì: c’è ancora gente che porta avanti discorsi di questo genere nel 2011), quegli stessi scettici hanno dovuto ricredersi. Lo spettro interpretativo di Block ha dell’incredibile ed è sufficiente la prima traccia di Dystopia per rendersene conto: il ragazzo passa tranquillamente dal pulito allo screaming, dagli urletti alla Halford alla cavernosa voce di barlowniana memoria. Da un punto di vista tecnico, decisamente il migliore singer che gli Iced Earth abbiano avuto finora (e non è poco). E proprio la voce è il vero valore aggiunto di un disco che, musicalmente parlando, aggiunge abbastanza poco al discorso finora portato avanti dalla band. La produzione è sempre circa la stessa, il riffing è quello classico di Schaffer, i giri armonici sono quelli preferiti dal gruppo, le atmosfere son sempre tetre, i brani più lenti sono tutti piacevoli ma ben poco originali. In cosa, quindi, questo album è migliore dei suoi immediati predecessori?
La risposta è abbastanza semplice: i brani “tirano”, sprigionano energia. E se un album di heavy metal sprigiona energia e dinamismo, ha centrato l’obiettivo e può dirsi riuscito. Un disco come questo funziona se l’ascoltatore proprio non riesce a tenere ferma la testa durante l’ascolto, se proprio non gli riesce di non far roteare la chioma “a ventilatore”. Dystopia è tutto questo ed è, oltretutto, orecchiabile (naturalmente, per coloro che siano avvezzi a tali sonorità). Non che queste caratteristiche fossero del tutto assenti negli ultimi lavori del gruppo: potremmo citare, ad esempio, Setian massacre dell’album Framing Armageddon. Il fatto è che, troppo spesso, i brani vincenti erano alternati a momenti piuttosto piatti, con linee vocali poco vincenti, che non riuscivano a catturare. Questo Dystopia non è naturalmente esente da difetti, anche se probabilmente, il peggiore che gli si può trovare è una scarsa evoluzione sonora. Questo album mi piace perché mi piacevano Burnt offerings, The dark saga e Something wicked this way comes: in effetti le reminiscenze di tali lavori sono diverse. Detto tutto questo, però, mi sento di promuovere Dystopia con immenso piacere. Gli Iced Earth sono tornati a fare bene ciò che sanno fare meglio: del sano, classico e potente heavy metal. Predichiamo pure l’evoluzione sonora, il futuro è in quella direzione. Bisogna però ammetterlo: fa piacere scoprire che i vecchi amici stanno bene e che possono ancora regalarci piacevoli emozioni retrò.
Bentornati, Iced Earth. Bentornati nella schiera di quelli che contano: ci siete mancati.


Spectraeon_86


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