mercoledì 13 giugno 2012

Speciale Sonata Arctica, parte 2: recensione di Stones Grow Her Name

Eccoci pronti, finalmente, a concludere la nostra panoramica sulla carriera musicale dei finlandesi Sonata Arctica. Li avevamo lasciati al tetro e bellissimo The Days Of Grays del 2009. Da allora sono passati tre anni e, da qualche settimana, è comparso nei negozi il nuovissimo Stones Grow Her Name. Un disco che aspettavamo in molti con curiosità perché, come abbiamo visto, dal 2004 la band ci ha fatto capire ben poco velatamente che fare pronostici è futile, ed è pressoché impossibile prevedere come suoneranno i Sonata Arctica del 2012. Certo, qualche trailer online era già disponibile. D’altro canto risulterebbe assurdo giudicare le composizioni (presumibilmente molto varie) da spezzoni di pochi secondi. Non s’è potuto far altro che attendere la nuova fatica dei finnici, ascoltarla più volte e, infine, discuterne amichevolmente. 


Il primo impatto

Ecco, l’hanno fatto di nuovo. Al primo ascolto mi hanno spiazzato anche se, paradossalmente, era prevedibile. Quello che stiamo ascoltando è, in tutto e per tutto, composto dai Sonata Arctica e si sente. E se l’opener Only The Broken Hearts (Make You Beautiful) è un pezzo dalle sonorità abbastanza classiche che potrebbe far pensare a un ascolto tranquillo e privo di eccessivi sobbalzi, quello che ci aspetta è qualcosa di assai diverso. Nulla di eclatante da annotare sul versante tecnico. La band non delude e gli anni di esperienza si impongono. 
Sicuramente, una piacevole sorpresa è rappresentata dall’aggressivo riffing di Viljanen (che di professione, prima dei Sonata Arctica, faceva il “guitar hero” e sfornava dischi solisti) che conferisce al tutto una gustosa impronta classic metal/hard rock inedita per la band. Chitarre decisamente più evidenti, quindi, ma che non scalzano mai, per importanza, le tastiere di Klingenberg, vero marchio di fabbrica del quintetto. In primo piano, al solito, la voce del mastermind Tony Kakko che sfodera una buonissima prestazione riuscendo, tra le altre cose, a variare il proprio stile. Tonalità più basse (una buonissima abitudine che il singer ha preso ai tempi di Reckoning Night), di quando in quando spunta una dissonanza o un urlo, che però non inficia in alcun modo l’efficacia delle canzoni; anzi. I brani, come detto, hanno impresso a fuoco il marchio dei Sonata Arctica. Il disco è però molto vario e fanno capolino, qui e la, nuovi synth e nuovi effetti che consegnano all’ascoltatore un’esperienza diversa da quelle regalate dai precedenti platter. 

Le tracce dell'album

L’atmosfera generale del lavoro è più rilassata se confrontata con l’oscuro predecessore, oltre che più movimentata, più dinamica e più rock. I tempi del veloce power metal di Silence sono distanti anni luce e i Sonata sono, oggi, una band impossibile da classificare. Per rendersene conto è sufficiente lasciar trascorrere i tre minuti della già citata opener, pezzo nella media dal ritornello tristemente prevedibile, e giungere a Shitload Of Money, una canzone spaventosamente hard rock che farà sfaceli in sede live. Si prosegue con Losing My Insanity. Intro pianistica tetra (che a tratti mi ha ricordato qualcosa di Rachmaninoff) che sfocia in un potente riff. Il tutto si apre in un arioso refrain. Questo è quanto di più prossimo al vecchio power metal il disco abbia da offrire: bisogna farsene una ragione. Ritmi tesi invece per la seguente Somewhere Close To You, che si avvicina per atmosfere a The Days Of Grays, ma che, per sonorità, è appartenente al cento per cento al nuovo album. Interessante la linea vocale e l’interpretazione di Kakko, a metà strada tra l’urlo di rabbia e il grido di disperazione. 

I primi venti minuti sono trascorsi e, benchè trovi il disco inferiore al precedente, l’esperienza sonora è tutt’altro che spiacevole. Penso, però, che questo disco passerà alla storia come l’album contenente la più brutta canzone della band. La quinta traccia I Have A Right, per altro singolo apripista del lavoro, è davvero orribile. Difficilmente mi è capitato di essere così categorico in un giudizio, eppure è così. Quasi cinque interminabili minuti di agonia acustica scanditi da un ritornello irritante, ripetuto come un mantra per tutto il brano, sostenuto da tastiere dal suono, forse, ancora peggiore. Anche i momenti meno ispirati di Unia erano ben lontani dall’essere un tale pasticcio. Ma volete sapre la cosa peggiore? Una volta sentita la canzone, non potrete fare a meno di canticchiarne l’orrido motivo ogni momento, risultando odiosi a voi stessi e al prossimo. Personalmente, sto cercando in tutti i modi di disintossicarmi ma è un’impresa assai ardua... 

Fortunatamente, si tratta di un episodio isolato, visto che dalla successiva Alone In Heaven, pseudo-ballad dalla melodia non immediata ma molto piacevole, i Sonata aggiustano il tiro tornando su standard qualitativi più che accettabili. Si ritorna indietro nel tempo con The Day, forte dell’intro, secondo me, più riuscita del lavoro. Le melodie richiamano, in egual misura, gli ultimi tre lavori creando un mix estremamente riuscito anche se, probabilmente, il brano non colpisce quanto altri. Giungiamo quindi a Cinderblox, il brano più “festoso” del lavoro. Un divertente e sorprendentemente riuscito connubio di power metal e western (?!), dalla linea vocale dissonante, fa le veci di quello che Zeroes fu per The Days Of Grays. Anche se, a differenza di Zeroes, a molti fan della vecchia guardia potrebbe piacere grazie al “powermetalleggiante” refrain e al doppio assolo di tastiera e chitarra. Siamo in dirittura d’arrivo e non poteva mancare un pezzo lento. Le allegre atmosfere di Cinderblox lasciano il posto alla bella Don’t Be Mean. Sulla carta, la classica ballad power metal, si distingue però per gli indovinati passaggi di violino che le permettono di rivaleggiare con le storiche Letter To Dana e Shamandalie. Il bilancio del disco, finora, è positivo anche se, non tocca i picchi compositivi dei predecessori. 

Le ultime due tracce rialzano però notevolmente le quotazioni di Stones Grow Her Name. È infatti il turno di Wildfire pt.2 e pt.3 (per chi non lo sapesse, la prima Wildfire si trova in Reckoning Night). Ascoltando i due brani, la memoria corre proprio al 2004 e al grandioso Reckoning Night, anche se l’evoluzione sonora si sente eccome. Se il primo Wildfire era la canzone più classica e veloce dell’album, questi due nuovi episodi sono ricchi di variazioni e di inserti inaspettati. In Wildfire pt.2, ritroviamo ad esempio le atmosfere pseudo-western di Cinderblox, in Wildfire pt.3 abbiamo a che fare con un riffing veramente poderoso in apertura e con intermezzi d’archi da brividi. Un’ottima chiusura per un disco dai molti alti e dai pochi bassi. 

Un commento complessivo

Il problema è che quando si parla di bassi, si parla proprio di voragini. Che una band come questa registri un singolo come I Have A Right, nel 2012 e dopo quanto di buono ha prodotto e continua a produrre, è davvero inaccettabile. La qualità e le sonorità generali dell’album fanno tuttavia pensare a un esperimento fallito più che a una dichiarazione d’intenti. I Sonata Arctica del 2012, per quanto mi riguarda, sono promossi anche se, magari, non a pieni voti. Quel che è certo è che l’evoluzione della band pare ben lontana dall’esserci conclusa. Il prossimo lavoro sarà, probabilmente, qualcosa di nuovamente sorprendente. Bisogna tuttavia imparare a considerare i dischi di gruppi come questo come capitoli a sé stanti, che si aprono e si chiudono nel giro di poche decine di minuti. Se avessi preteso una prosecuzione del discorso iniziato con The Days Of Grays, sarei rimasto deluso. I Sonata Arctica (insieme a band quali Blind Guardian o Nightwish) non sono quelli di un determinato album, come Silence o Reckoning Night. Cambiano pelle a ogni disco e l’aver pubblicato due o tre album power metal a inizio carriera, non li rende un gruppo power metal. Fintanto che questo aspetto non sarà compreso e accettato, troppa musica verrà fraintesa e mal giudicata. Un abbraccio ai lettori e a presto! Vi lascio con il video-trailer dell’album. 


Spectraeon_86

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